Caccia al fagiano, ma all’inglese

di Duccio Corsini

Renacci in Valdarno. Qui, un tempo si piantava il tabacco e oggi sulle prime colline si caccia il fagiano all’inglese in una riserva di ottocento ettari. L’Arno conclude la sua larga curva, scendendo dalle sorgenti del Falterona e dopo aver puntato a sud “risale” verso Firenze, contornando il massiccio del Pratomagno, chiamato così per le praterie che ne orlano il crinale. Questo tratto della Toscana è in tutti i sensi un punto centrale. Lungo la destra orografica del fiume sorgono due importanti pievi, la cui presenza segnala il passaggio di antiche vie di comunicazioni. Sul versante ovest del Pratomagno c’è la pieve di Gropina, con un fantastico pulpito di età longobarda. Era il punto di partenza della via Abdaversa che scavalcando il massiccio raggiungeva La Verna, poi la valle del Marecchia e Rimini. Ridiscendendo sul versante est, questa incrociava due altre strade romane all’altezza della pieve di Sant’Antonino a Socana, costruita sui resti di un grande santuario etrusco: la via Flaminia Minior che da Arezzo conduceva a Bagno di Romagna e la via delle Terme che collegava Laterina, altra stazione termale romana, sempre con Bagno di Romagna. A Renacci, cacciamo per sei giornate, dalla metà di ottobre a tutto dicembre.

Fagiani - G.Vitali

Sorteggio delle poste
Un signore, compreso il sottoscritto, ne invita altri per una giornata di caccia che inizia alle 8.30 circa con un discorso in cui i partecipanti prendono conoscenza delle regole, poche, ma perentorie. Dopodiché, si sorteggiano le poste, pescando il cartellino con in nomi delle battute e la costa corrispondente: Cannucceto, Ponte nero, Buca dei ciliegi, Cimitero… Si fa fuoco sia al maschio sia alla femmina, allineanti su un’unica fila ad una distanza tra tiratore e tiratore di trenta-cinquanta metri, coprendo un fronte al massimo di mezzo chilometro. Ci si imposta, si cambia cioè luogo, quattro o cinque volte durante la giornata. Spariamo al volo con due fucili a disposizione e solo quando vedi il cielo. Il fagiano non è un uccello facile, perché vola alto e veloce, forse il più veloce di tutti. Qualità di cui ti rendi subito conto solo mirando, dal momento che è il doppio di una pernice.

Sessanta battitori
Una volta assegnate le poste e in posizione - si carica al suono della corna - i cacciatori attendono che i battitori, una sessantina, spingano verso di loro i fagiani. Per coadiuvare i fucili ci sono in tutto cento persone, compresi due angeli custodi: il carichino che porge l’arma, e il raccoglitore che libera, al momento opportuno i labrador per la cerca dei fagiani colpiti. Il carichino lavora in tandem e sorveglia il tiro, suggerendo più in alto, più in basso, più a destra… A Renacci, compriamo i pulcini di un giorno e li alleviamo in recinto fino a quando imparano a volare. Un fagiano vive in media 5 anni e a due è al massimo del suo vigore. Il 5% muore prima del lancio e un 30% durante il periodo di caccia. La gran parte rimane, quindi, in vita, nidificando, facendo nascere dei pulcini selvatici e guardandosi dai nemici naturali: volpi, cornacchie, poiane cinghiali e nutrie; altri, invece, scelgono il posto più tranquillo, il pollaio, restando poi per anni a guardarci. L’anno scorso, il 22 dicembre, è stata una di quelle giornate indimenticabile: tempo e selvaggina perfetti. Il tableau di capi abbattuti ha polverizzato i precedenti record. Non sono molte le signore che tirano e tra queste c’è Albiera Antinoriche spara molto bene.

Cacce a Marsiliana: il cinghiale in braccata

di Duccio Corsini

Ci vuole la macchia, quella che all’alba e verso sera si tinge quasi di blu, e che copre come un vello le colline per immaginare la caccia al cinghiale in braccata. Forse, un sentore lontano di mare come a Marsiliana, nella Maremma grossetana.
Anche a Renacci in Val d’Arno, quando cacciamo il fagiano all’inglese si spara impostati e il gruppo di cacciatori non supera la decina, ma qui ci sono di solito tra i cinquanta e i sessanta fucili e anziché in cielo tiri di fronte a te, a palla. Molto più pericoloso, in uno scenario che al gesto sportivo aggiunge un che di drammatico. Cosa fa la differenza? La bellezza della braccata sono le canizze, il concerto di cani e uomini che spingono i branchi di cinghiali verso la schiera dei cacciatori, disposti a semicerchio e sottovento.

Tenuta Marsiliana

Una manciata di secondi
La maremma, che ti figuri ancora silenziosa e addormentata, sussulta in un concerto di grida e richiami, un basso crescente in cui potresti riconoscere quasi uno ad uno i cani e soprattutto sapere cosa stanno facendo in quel momento. La muta ne conta non meno di centocinquanta che abbaiano “sguaiati” se l’animale è vivo e a martello quando è ferito o morto.
C’è, quindi, l’attesa e la consapevolezza di non avere che una manciata di secondi, tre o quattro non di più, per vedere, mirare e far fuoco.
Una volta, mi è capitato di venire travolto. Era un esemplare di una sessantina di chili, alto circa 60 centimetri. Gli ho sparato un primo colpo, ferendolo e un secondo mentre mi mandava letteralmente a gambe per aria. In un’altra occasione, la scena ha assunto un aspetto comico: nella posta accanto, un signore ha padellato il cinghiale che, non so come, è passato di gran carriera, trascinandosi la sua borsa a tracolla. Dovette cercare a lungo prima di ritrovarla.
L’abbattimento del cinghiale viene attribuito a questo o quel cacciatore in base al primo buco tondo, piazzato sul bersaglio grosso: non valgono l’orecchio, il muso o gli zampetti. Finita la caccia, un terzo del tableau spetta per consuetudine ai canai mentre il trofeo alla fattoria con luogo, data e nome del cacciatore.
A Marsiliana, si caccia il cinghiale in braccata dal 1°novembre al 31 gennaio.

IL NEGOZIO PRINCIPE CORSINI COME UN OUTLET

«Per noi, per Principe Corsini, outlet significa comprare bene, ma soprattutto acquistare alla fonte, potendo riconoscere la qualità del prodotto e osservare il processo di lavorazione. Il nostro outlet si chiama negozio ed è costruito dentro le cantine, per così dire alle radici di Villa Le Corti, a San Casciano in Val di Pesa. È un negozio con vista sulle vigne e sugli uliveti. Negozio
«Si risparmiano denari e si risparmia, cosa più importante e altrettanto dimostrabile, salute per il semplice motivo che chiunque entri nel negozio Principe Corsini può allargare il giro e includere una visita alle cantine seicentesche e all’orciaia, dichiarate patrimonio nazionale.
«Poi, non rimane che il lungo colpo d’occhio sulle colline e i campi. È fondamentale questo contatto fisico tra la campagna dove si produce e la cantina e il frantoio dove si trasforma. Sono luoghi contigui, comunicanti, uno il marchio dell’altro, sotto la stessa etichetta che è al tempo stesso nome e blasone di una famiglia. La continuità nel tempo si specchia, insomma, nella continuità di luogo, dando come risultato ciò che ci importa veramente: il territorio.
«Qui, a Villa le Corti, nel Chianti Classico così come a Marsiliana, nella Maremma grossetana, io cerco di fare vini e olio immediatamente riconoscibili, secondo quanto mi dice la testa e la terra, qualcosa di molto caratterizzato che sia semplice e al tempo stesso globale, cioè eccellente.
«Solo nel negozio, dove è anche possibile degustare e pranzare con un menu tradizionale toscano che utilizza prodotti dell’orto, selvaggina della riserva di caccia della Tenuta Marsiliana, si possono trovare tutte le annate dei nostri vini:
Le Corti, Don Tommaso e Cortevecchia di Fattoria Le Corti e Birillo Vermentino, Birillo Rosso e Marsiliana della Tenuta Marsiliana. A questi si aggiungono la grappa, il vin santo dedicato al Santo di famiglia Sant’Andrea e l’olio Extravergine e quello Dop Biologico.
«Una curiosità: qui vendiamo, accanto a piccoli oggetti marchiati Principe Corsini, dei bicchieri per l’acqua che otteniamo riciclando i vuoti. Ogni pezzo nasce dalle bottiglie dei nostri vini ma anche da quelle di champagne o, semplicemente, di acqua. Più comuni i bicchieri di vetro bianco o verde foresta, molto più rari quelli di colore marrone. Su tutti il blasone di casa Corsini o la scritta Principe Corsini».

Duccio Corsini

LA XIII ALLA CORTE DEL VINO

DUE GIORNI PER ASSAGGIARE, CONOSCERE, ACQUISTARE I GRANDI VINI DI TOSCANA
Oltre 300 etichette di qualità in degustazione a Villa Le Corti, San Casciano in Val di Pesa. Sabato 23 e domenica 24 maggio. Seminari e Colazioni di piacere.

Dal 22 al 24 maggio 2009, Villa Le Corti, a San Casciano Val di Pesa, ospiterà la XIII rassegna Alla Corte del Vino.
La mostra mercato che riunisce più di cento produttori (nel 2008 erano 126) di grandi vini toscani di qualità, sarà preceduta, nella giornata di venerdì 22, dal secondo B2B, l’incontro professionale tra compratori esteri e venditori, organizzato in collaborazione con della Regione Toscana.
Nei due giorni aperti al pubblico, sarà possibile degustare oltre 400 vini, partecipare ai seminari e riservare un tavolo all’interno della corte della Villa per le colazioni di piacere. Tutti i vini presentati potranno essere acquistati nell’enoteca allestita per l’occasione.

«Il vino è territorio, fatto di storia, paesaggio, immaginazione e risultati.
Alla Corte del Vino esprime questo imprescindibile binomio che è alla base del concetto di qualità. Siamo riusciti a far conoscere i grandi vini toscani a casa nostra, mostrando il meglio della produzione proprio dove si coltiva la vigna, puntando tutto sull’identità.
«La nostra mostra mercato si differenzia nella scelta dei partecipanti, nell’ospitalità e nella comunicazione, ponendo la massima attenzione nei confronti di tutti gli aspetti organizzativi. Sono persuaso che il modo migliore per affrontare la lunga crisi che abbiamo di fronte sia da una parte di conoscere a fondo e dall’altra di sollecitare il mercato di riferimento. Questo è il compito primario di questa importante rassegna e oggi, più che mai, alla tentazione di tirare i remi in barca bisogna rispondere incontrando il pubblico che consuma i nostri vini. «Proseguendo sulla strada intrapresa con successo l’anno scorso, anche la tredicesima edizione sarà preceduta dal secondo B2B, una giornata interamente dedicata agli incontri diretti tra produttori toscani e acquirenti di una determinata area del mondo. Dopo il Far East, quest’anno sarà la volta dei paesi dell’Est e del Nord Europa».
«Infine, la novità di quest’anno sarà il coinvolgimento di una Regione ospite. Un evento dentro all’evento: una selezione di produttori di qualità sarà chiamata a rappresentare una regione o un territorio particolarmente vocato».

Duccio Corsini

ACV

LA FORMULA: il visitatore accede all’area espositiva dove può degustare tutti i vini presentati;
I SEMINARI: nelle due giornate saranno organizzati seminari nei saloni storici di Villa le Corti, uno al mattino e uno al pomeriggio; esperti giornalisti ed enologi guidano il visitatore in un percorso degustativo a tema; tutti i seminari sono a pagamento e su prenotazione.
LE COLAZIONI DI PIACERE: all’interno della corte uno chef allestisce il ristorante e propone un menu abbinato a una selezione di vini della manifestazione.
I NUMERI:
12 Edizioni: la tredicesima si terrà dal 22 al 24 maggio 2009;
1.070 Produttori: tutti esclusivamente toscani, con una media di 3 etichette a testa;
35.569 Visitatori: appassionati, operatori del settore, ristoratori, compratori, giornalisti;
43.718 Bottiglie degustate: vini bianchi e rossi di tutti i territori della regione;
21.480 Bottiglie vendute: una vera e propria Enoteca viene allestita all’interno dello spazio espositivo;
50 seminari e verticali incentrati su i vini italiani e internazionali e sui “miti” toscani
18 conferenze dedicate ai temi di attualità e di tutela del territorio

B2B EST: coinvolgerà compratori provenienti dai Paesi scandinavi: Norvegia, Finlandia, Danimarca, Svezia; dai Paesi baltici: Lettonia, Estonia, Lituania; dall’Europa dell’est: Russia, Ucraina, Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Slovenia e dal Mediterraneo orientale: Turchia e Grecia.

Orari e ingressi
Venerdì 22 maggio: riservato agli iscritti al B2B.
Sabato 23 e domenica 24: dalle 11 alle 20.
Il costo del biglietto è di 18 euro a persona e consente la degustazione libera dei vini presentati dai produttori.
L’ingresso è gratuito per i bambini fino a 12 anni.
Sconti per i soci di Slow Food.

Informazioni e prenotazioni
Fattoria Le Corti via San Piero di Sotto, 1
50026 San Casciano in V. P. (FI)
tel. +39 055 82 93 01 - fax +39 055 829 00 89
info@principecorsini.com - www.principecorsini.com

Ufficio Stampa
Sara Vitali - Itaca
tel. +39 335 6347230
sara.vitali@cinquesensi.it

Per ulteriori informazioni
www.allacortedelvino.it

Verticale ACV

Smarrirsi in giardino

Lieve come la neve e i paradossi, così inizia Il giardiniere smarrito. Esce per la collana dei Quaderni d’Ontignano che prende nome da un luogo reale, ma senza più identità agricola né contadini. Un posto di campagna, trasformato in residenza per ex cittadini. Il giardiniere anzi, pur avendo una tata di nome Elsa, non esiste: si chiama Andrea Borenstein; è ebreo, è dotato della straordinaria capacità di viaggiare, ed errante appare fin dal primo capitolo, mentre lascia impronte in un candido paesaggio della Transilvania. Il libro, scritto da Oliva di Collobiano, usa, quindi, la neve che muta i contorni alle cose, il felice nomadismo di un personaggio inventato e la commozione di un aggettivo per smarrire anche il lettore. Qualcosa che l’autrice considera utile, prossimo nel doppio significato fisico e spirituale all’altro verbo a cui si fa implicitamente riferimento: l’errare. Sembrerebbe impossibile che un giardiniere come un capostazione possa smarrirsi. Farebbe parte, nell’immaginario, di quelle persone radicate e radicali, che riversano il mondo entro mappe certe. Invece, questo giardiniere che ha il genio di una tranquilla irrequietezza vive l’avventura, affidandosi non alla fantasia, ma all’osservazione. In un punto, viene anche specificato che si annoia. Gli succede, perché ciò fa parte del rischio di chi guarda in continuazione. A furia di guardare ciò che si vede, Borenstein comincia a mutare la propria percezione del bello, a capire come si formi naturalmente la bellezza. Scopre, a volte fornendo esempi a volte solo accennando, che il giardino non è un luogo chiuso, esiliato dal paesaggio. E che solo facendone parte è in grado di procurarci il piacere di abbandonarsi alla vista. Il giardino, allora, non inizia e finisce, è un’opera aperta, rispetto a se stesso e a quello che lo circonda. Esprime contemporaneamente la doppia tenacia dell’uomo e della natura. Se desiderato in tale modo il giardino finirebbe, forse, per coincidere con l’Eden che fu.

giardino Le Corti

Ninfa e villa Maser
Nei primi appunti di Borenstein emergono alcune visioni che precedono i concetti stessi. Una riguarda il bordo. Nella campagna lavorata con i trattori, inghiottiti i sentieri, resta il bordo, «la coltre di terra, omogenea che assorbe e trattiene come un manto i riflessi del giorno, della notte e, là in fondo, del cielo», appena un piega che increspa la superficie silenziosa dei campi. È un segno che distingue senza tagliare. Nel giardino di Ninfa, a sud di Roma, invece, sono proprio le mura antiche che lo circondano a incastonare il verde straripante, alimentato da una gelida vena d’acqua, sullo sfondo della «montagna aspra e arida, alta». Una relazione tutta giocata sul contrasto di forze, di volontà. Altrove, il giardino di villa Maser, vicino a Treviso, mette in scena le giuste proporzioni di forme e affetti, la convivialità, l’amicizia tra persone, il rapporto mediato con la campagna. E gli stessi dei, abbondantemente ritratti, segnano sia la proprietà sia l’umanità del luogo. Per Borenstein è l’occasione di formulare uno dei suoi aforismi: «Ecco cosa è il giardino: un pezzo di terra segnato dall’uomo, e quando l’appropriazione riesce e gli anni la rafforzano crea sintonia con la Natura».
Lungo e sempre nuovo è il viaggio del giardiniere smarrito, ma ci sono quattro descrizioni che messe in sequenza restituiscono con precisione lo scopo del suo vagare: l’impressione di casualità, di disordine che contraddistingue il giardino del Topkapi e la sua città, Istanbul, dove, alla fine, s’insinua la certezza che ciò che è casuale può essere ricercato, rimandando in questo caso ad altre stanze del destino, ai recessi fioriti dell’harem. Altrettanto in Anatolia, quando si manifesta agli occhi del viaggiatore la matrice ittita del paesaggio, questo serpeggiare di boschetti, coltivazioni e alberi da frutto, nascosti in un labirinto di vallette e pinnacoli di roccia. «Giardini indefiniti», li chiama, cogliendo la presenza di antiche divinità legate al ciclo vegetativo. E ancora, contemplando l’ossatura di muri a secco e lastre di pietre infitte nel terreno che fanno da sinopia alle colline della Scozia. Collegando la loro linea grigia, astratta, bidimensionale, ai dettagli fisici delle icone bizantine, dei quadri di pittori senesi e giotteschi, in cui l’alterità dell’ambiente segue un alfabeto sacro quanto i visi e le vesti dei santi. Qui, Borenstein innalza una lode alle «recinzioni e muretti che siano di pietra, di legno o di arbusti, di fascine, di canne e foglie seccate di palma» e aggiunge che la comunione tra opere, ruderi e natura forma «giardini nuovi» e che bisogna «riconoscere certi luoghi come giardini».

Selinunte: un’epifania
Infine, come un’epifania, sorgono allo sguardo del giardiniere e del lettore le rovine di Selinunte, un nostro, occidentale zen. Epifania è intuizione, il punto d’arrivo del meditare. Cosa dice il caos di colonne e architravi abbattuti dalla violenza dei terremoti? La vanità della storia, certo, ma anche e più preziosa la scelta di non restaurare, lasciando che per osmosi le rovine tornino alla pietra che le ha generate, al magma sotterraneo. Al mare africano, al tappeto di fiori e di stelle il compito di riconciliare spazio e tempo, di rigenerare quotidianamente l’idea di giardino. Il segreto dell’equilibrio sta in un unico elemento d’appoggio: la duna di sabbia, eretta su progetto di Pietro Porcinai che piega il suo braccio sul lato nord-est. Sabbia a fare da quinta, dando profondità al cielo e un bordo al vagabondare della mente.
Nicola Dal Falco

Il giardiniere smarrito
Oliva di Collobiano
Quaderni d’Ontignano
Libreria Editrice Fiorentina
editrice@lef.firenze.it
10 euro

SANT’ANDREA CORSINI

Il Vescovo di Fiesole S.E. Mons. Luciano Giovannetti ha celebrato la Santa Messa in commemorazione di Sant’Andrea Corsini nella Cappella che ospita le spoglie del Santo, nella Chiesa del Carmine di Firenze. Lo ha fatto, come ogni anno, di fronte a quattro generazioni della famiglia Corsini, tracciando il percorso spirituale e terreno di Andrea, nato nel 1301 e, ammesso, intorno ai diciotto anni, al noviziato nel convento carmelitano di Firenze. Sua madre l’aveva sognato prima lupo e poi agnello, anticipando il corso degli eventi. Al giovane arrogante e spendaccione, in stile con i tempi e le possibilità della famiglia, ne succede un altro che, spinto sulla strada della preghiera, veste l’abito dei Carmelitani, con una partecipazione profonda. Andrea abbraccia, infatti, l’umiltà e la mortificazione, indossando un cilicio cosparso di punte di ferro e questuando negli stessi palazzi di cui, prima, frequentava le feste. Uno zio cerca di convincerlo a tornare nel mondo, prospettandogli un matrimonio conveniente, ma lui rifiuta, invocando la pace del cuore.
La Cappella Corsini

La peste di Firenze
Così, dopo la sua ordinazione sacerdotale, nel 1328, sarà mandato a studiare a Parigi e già nel suo viaggio di ritorno mostra i doni della vocazione, guarendo alcuni ammalati. Giunse a Firenze proprio mentre imperversava la peste nera, quella descritta da Boccaccio, prodigandosi eroicamente. Nel 1348, fu eletto priore del convento fiorentino e un anno dopo, pur riluttante, accetta di succedere al vescovo di Fiesole, morto in seguito all’epidemia. Durante il suo ministero si distingue sia nell’opera di sostegno ai poveri sia nella guida del gregge, concentrandosi sul reclutamento e la preparazione dei sacerdoti. Difese sempre le prerogative della Chiesa, dando esempio di austerità e portando a termine, in veste di legato pontificio a Bologna, varie missioni di pacificazione tra le fazioni cittadine.
Dipinto Sant'Andrea

Un miracolo risolve lo scontro tra Firenze e i Visconti
Morì nel giorno dell’Epifania del 1374. Le sue spoglie, sepolte nella cattedrale di Fiesole, furono trafugate dai suoi confratelli e portare nella Chiesa del Carmine a Firenze dove sono custodite in una cappella, eretta dalla sua famiglia. Fu canonizzato il 22 aprile del 1629 da papa Urbano VII. Un altro Corsini, suo discendente, il papa Clemente XII, gli ha dedicato una seconda cappella in San Giovanni Laterano. La sua festa è celebrata il 7 gennaio nella città natale, il 9 gennaio dall’Ordine dei Carmelitani e il 4 febbraio dall’intera Chiesa. Forse ricordando il lupo che precedette l’agnello, i Fiorentini gli attribuiscono la vittoria nella battaglia di Anghiari (29 giugno 1444) contro i Visconti, quando dopo ore di lotta su un ponte un vento forte gettò la polvere negli occhi dei nemici, costringendoli a cedere.
Battaglia di Anghiari