Non manca molto alla chiusura degli scavi, quando la terra diligentemente spazzata sarà rimessa al suo posto come si rimboccano le coperte ad un letto.
L’emozione di scavare e di ricoprire credo siano uguali per le archeologhe di Marsiliana, la tenuta di Principe Corsini, nella Maremma grossetana. L’improvvisa, desiderata, vicinanza con la scoperta si placa nel gesto di restituire al tempo e al buio la scena dell’indagine.
Mentre scavano e puliscono, incrociando il lavoro dei clandestini, la leggerezza e la precisione che mettono nei gesti non è solo una regola del mestiere, ma anche – lo riconoscono – un pudore, un rispetto per le cose del passato. Non cose e basta, ma sopravvivenze d’altre vite dove la pietà, nel caso di una tomba, vale l’emozione di immaginare attraverso la pianta e i reperti le abitudini di una casa o l’attività di un opificio.
In fondo, tutto quello che si recupera in uno scavo, dal frammento in sé di un oggetto alla sua disposizione sul terreno, serve a contemplare la realtà più evanescente, quella del tempo, nell’illusione concretissima di seguirne il cammino.
A volte, come a Marsiliana, la vertigine del passato si rovescia in un presente appena trascorso, dando l’impressione di come il tempo giochi con se stesso, giri su un asse invisibile, mostrando e nascondendo quelli che, comunemente, potremmo definire ricordi.
Era successo nella Casa delle anfore, con la capanna e il focolare di un brigante o di un taglialegna, è ricapitato in uno dei tumuli della necropoli di Macchia Buia (VIII–VII sec. a.C.) ampio una decina di metri, scavato da Silvia Pallecchi, docente di Metodologia della ricerca archeologica dell’Università di Grosseto.
Prima di individuare la sepoltura etrusca le mani dei volontari hanno disseppellito un paio di scarpe, una forchetta di metallo, un cucchiaio di ottone, dei piatti di ceramica bianca decorata, all’interno di una capanna del Novecento, per la cui costruzione erano state riutilizzate le stesse pietre.
Scendendo più basso, sotto la volta crollata del tumulo, è apparsa una delle tombe con i resti di vasellame e le ossa del defunto. Per il momento non è ancora chiara la posizione del corpo, probabilmente di un uomo, che potrebbe essere invertita rispetto al tradizionale orientamento con la testa a nord. Già solo questo dettaglio, importante perché simbolico, rende unico e irripetibile lo scavo in corso, nonostante segua a distanza di anni la “visita fiscale” dei tombaroli.
Una seconda casa?
Non lontano da Macchia Buia, buia di nome e di fatto per l’esuberanza della vegetazione mediterranea, si trova Poggio Alto con la sua Casa delle anfore (VI-V sec. a.C.), forse non più sola.
Sul lato occidentale della fattoria, che misura venti metri per venti, è emerso una sorta di vicolo all’estremità opposta del quale ricompare, oggi, un muro che si sviluppa per la stessa lunghezza del precedente.
Un magazzino, un annesso agricolo, un’altra fattoria speculare alla prima, la residenza principale di questo insediamento? Troppo entusiasmante e troppo presto per dirlo.Ma le sorprese riservate all’etruscologa Elena Santoro e ai suoi collaboratori, non si limitano al nuovo muro.
Indagando gli ambienti della Casa delle anfore sono emerse altre anfore etrusche, riconoscibili per la particolare modanatura del collo e del piede oltre a un piatto d’argilla, spezzato ma ben conservato, che aiuterà a identificare la zona residenziale, non lavorativa, della casa.
Ancora più importante ai fini della ricerca è un muretto di tegole, munito di un piccolo varco, spuntato all’interno del lato nord della costruzione. Qualcosa di insolito che, al momento, potrebbe indicare o una vasca di decantazione o di stoccaggio.
L’analisi del terreno aiuterà a scoprire se ci sono resti organici, utili a capire la funzione del manufatto.
Aes rude, bronzo grezzo
Infine, sembra che il pezzetto di metallo, trovato in uno degli ambienti, possa essere un esempio di aes rude, primitiva forma di monetazione in uso nell’Italia centrale preromana.
Aes rude che in latino significa «bronzo grezzo» non aveva forma né peso determinati ed era usato in un’economia ancora prevalentemente di scambio.
Lasciare la Casa delle anfore procura una sensazione forse più strana rispetto ai tumuli circolari che disegnano il sottobosco di Macchia Buia.
L’austera bellezza della necropoli impressiona, ma è la casa con le sue stanze a cielo aperto, il leccio centenario piantato al centro a far da tetto, il perimetro accennato dell’ipluvium, ad accorciare le distanze tra noi e gli antenati di Marsiliana.
Nicola Dal Falco











