L’APPETITO DEL BELLO E’ L’APPETITO DEL BUONO

Ma chi è Angelo Spettacoli, autore del libro Il bello è il buono, dedicato alla filosofia, tecnica e cucina delle belle arti? Si dichiara virtuale, un personaggio virtuale che collabora al libro Cristina Show – Frammenti di una vita, tiene una conferenza a Pistoia sulla Didattica come opera d’arte, compone a quattro mani un testo per la mostra convegno Il possibile dal punto zero, frequentata dai giovani critici d’arte e per la biografia del proprio migliore amico, Aldo Spoldi.
Sua è anche l’introduzione a Lezioni di filosofia morale del filosofo Andrea Bortolon che, non a caso, in quelle pagine gettava le fondamenta della teoria dei personaggi virtuali e di cui sfuggono altri dati anagrafici.
Sull’argomento ritorna con una lettura alla Sorbona, riguardo operazioni e opere della Banca di Oklahoma, tra arte ed economia finanziaria, nel cui logo si riconosce la silhouette del Signor Bonaventura e la Ruota di Bicicletta di Duchamp, di nuovo funzionante sotto un sellino.
Non virtuali sono, invece, Gualtiero Marchesi, il Cuoco, Nicola Salvatore e Aldo Spoldi, insieme artisti e docenti all’Accademia di Brera, uno di pittura e l’altro di tecniche e tecnologie della pittura.
È molto probabile che Angelo Spettacoli siano in realtà tutti e tre in questo volume, edito da Skira e introdotto con parole ferme da Loredana Parmesani docente dell’Istituto Europeo di Design.
A meno che il ceronettiano suonatore d’organetto con l’infallibile sorriso da clown, fotografato da Met Levi nell’ultima di copertina, sia il vero autore e i tre spavaldi sue proiezioni ortogonali. Resta un ultimo dubbio e cioè che anche Met Levi non esista.
Può sembrare una lunga premessa, ma è il minimo che si possa scrivere, suggerendo la lettura immediata di Il bello è il buono.
Angelo Spettacoli, alias Marchesi, alias Salvatore, alias Spoldi è il buon insegnante che percorre le epoche come contrade e per ognuna indica la direzione del vento e della
storia, ricavando dal viaggio una mappa dell’arte da dispiegare in diciassette lezioni sotto gli occhi degli studenti di Brera.
Mentre è Platone a proteggere l’impresa, con la famosa formula che ha suggerito il titolo, la ragione del viaggio, da cui dipende anche la scelta dei compagni di strada, è che l’arte
moderna e i ristoranti nascono contemporaneamente dai lombi della Rivoluzione francese.
L’improvvisa disoccupazione dei cuochi e lo sfratto dal Louvre del vecchio inquilino diffondono per il mondo la cucina nobile e aprono le porte, il 10 agosto 1793, alle collezioni d’arte, riconosciute patrimonio di tutti e visitabili dalle 9 alle 16.
La nuova dimestichezza con il sublime, con il pane spirituale del mondo, richiede quindi di regolare la macchina del tempo, di mettersi in comunicazione con il passato e il presente, di fare luce come pretende chi si siede in aula ad imparare.

Il banchetto come istallazione d’arte
Un istinto vitale chiama alla comprensione e, con la stessa forza, a render conto dei morsi della fame. I greci non definivano logodeipnon, banchetto di parole, il loro pasto principale?
Così Gualtiero Marchesi soggiogato all’idea di: «fare cucina dove si respiri e si recepisca l’arte… dove rinascimento e contemporaneo si rimettano al valore universale del convivio… e ciò che conta è l’istante preciso e tutto quello che si può offrire».
Un piccolo banchetto, parentesi di sguardi, intenzioni e gesti, simile ad un’istallazione d’arte, grazie a cui «potersi concentrare sul massimo della qualità, proporre le situazioni più particolari, dedicarsi, spiegare, creare contatto».
L’amore per la verità, la filosofia, l’aspirazione al bene: «non sarebbe forse questa la valorizzazione massima della cucina e della sua essenza»?
Ma se la saggezza, la sophia, si accomoda volentieri a tavola e ci fa insistere sulla metafora del cibo, se addirittura la vulgata leggendaria racconta che Leonardo e Botticelli gestissero insieme la Locanda delle ranocchie, se Toulouse-Lautrec è l’autore di un libro di ricette o se Mengs avvicina il gusto dell’arte a quello della gola, predicando cibi leggeri, è certo che, allora, qualcosa di inestricabile lega il bello al buono.
Cosa sia lo precisa proprio il pittore di Montmartre, dei suoi bordelli e caffè: «L’accuratezza, la precisione, l’umiltà – scrive – sono il segreto di ogni successo artistico e culinario. L’arte e la cucina hanno in comune il rispetto per le stesse qualità e cioè l’abilità, la tenacia, l’originalità dell’ispirazione, la fedeltà alla tradizione».
Aggiungendo che: «in ogni arte, e ciò vale anche per la cucina, la grande raffinatezza consiste nella sintesi e nella semplicità. Evidentemente è necessario rifarsi alla tradizione,
ma bisogna dimenticarla, senza tuttavia tradirla per ignoranza o per negligenza, o per non volerne tenere conto. È così che si diventa cuochi senza pregiudizi, anarchici che nella confezione di un piatto riconoscono soltanto la legge dell’equilibrio imposto della natura».
Quasi un manifesto, senz’altro un patto che Angelo Spettacoli, uno e trino, sottoscrive.

L’arte preistorica e la carbonella
Da questo punto in poi, cominciano le vere sorprese e i capitoli si susseguono limpidi, sapidi, crepitanti.
Il sacro fuoco dell’arte brucia insieme ai primi cibi cotti e con un tizzone spento si animano di figure il fondo delle grotte.
Ancor’oggi, la carbonella serve al pittore per tracciare segni sulla carta e sulla tela. Di seguito si dà la ricetta per fabbricarsela, scegliendo rami di salice bianco, oppure di vite e nocciolo. Necessità che può coesistere e confondersi con la cottura, là per là, di una bistecca alla fiorentina.
L’essere è un’eredità greca, un concetto definito sul piano metafisico da Parmenide e in quello dell’arte dalla scultura. Le statue di giovani e fanciulle d’epoca arcaica come l’essere si contrappongono al mutamento, stanno nello spazio, consapevoli, fisse. Rappresentano la misura che subentra alle emozioni, in conseguenza e in virtù di quelle.
Una serenità pacificante. La lotta per l’identità è anche una lotta per la sopravvivenza della Grecia contro l’Impero persiano che la Macedonia trasforma in un’immane sforzo di assimilazione e di unificazione. Tentativo che la macedonia, nel senso di insalata di frutta, di sapori, perpetua proprio come omaggio al concetto.

Tempera all’uovo e fondo oro
Il Medioevo rivela, invece, ad Angelo Spettacoli l’intimità tra tempera e oro, il rapporto dialettico tra le tinte terrose e lo splendore del divino metallo, tra creature e Creatore.
La tempera si faceva sbattendo un uovo intero, aggiungendo aceto bianco di vino, acqua e unendo poi i pigmenti colorati. Rendeva palese, nei quadri, come la necessaria “temperanza” dei corpi trovasse la propria giustificazione nella luce incorrotta della doratura.
Tutto l’opposto del colore ad olio che accompagna l’umanesimo in pittura. Mentre la tempera perde di lucentezza, quando asciuga, questo la mantiene grazie ad un processo di ossidazione. La pittura ad olio, solidificandosi, cattura l’aria, immettendo nel quadro l’elemento più instabile, ma che fa vivere il mondo, spostando il punto di osservazione dalla teologia alla storia.
La narrazione continua, associando l’illuminazione rinascimentale al sole e alla cucina all’aria aperta; la natura morta alla cena a lume di candela; il barocco a Montaigne e alle patate; il Seicento al cioccolato e al caffè e via galoppando fino alla macchina digitale e ai cibi pronti.
Di volta in volta, come a dare una mano per ricapitolare e saziare i compagni e i lettori ecco un piatto di Marchesi che, naturalmente, compendia tra fisica e metafisica, alimento e pensiero, la visione di questa storia dell’arte.

Nicola Dal Falco

copertina

Angelo Spettacoli
Il bello è il buono
Filosofia, tecnica e cucina della belle arti
Gualtiero Marchesi, Nicola Salvatore, Aldo Spoldi
Skira editore, Milano - 2009
€ 15

PITTRICI INVISIBILI

Sarà presentato il 6 novembre, alle ore 17, nella Biblioteca degli Uffizi, il libro Invisible Women – Forgotten artists of Florence di Jane Fortune.
Autrice, collezionista e fondatrice di due associazioni che si battono per fare riemergere dall’oblio le opere di artiste, immeritatamente dimenticate nei depositi dei musei fiorentini.
La città, secondo l’autrice, conserverebbe circa 1.500 esempi di quadri firmati da donne di cui si sa pochissimo o nulla.
Il libro con testo bilingue, inglese/italiano, rende omaggio al loro lavoro e cerca di ricostruirne il percorso umano e artistico, legato alla città.

copertina

Invisible Women
Forgotten artists of Florence
pagine 228
euro 20
tel. 055.230.661.6
info

Smarrirsi in giardino

Lieve come la neve e i paradossi, così inizia Il giardiniere smarrito. Esce per la collana dei Quaderni d’Ontignano che prende nome da un luogo reale, ma senza più identità agricola né contadini. Un posto di campagna, trasformato in residenza per ex cittadini. Il giardiniere anzi, pur avendo una tata di nome Elsa, non esiste: si chiama Andrea Borenstein; è ebreo, è dotato della straordinaria capacità di viaggiare, ed errante appare fin dal primo capitolo, mentre lascia impronte in un candido paesaggio della Transilvania. Il libro, scritto da Oliva di Collobiano, usa, quindi, la neve che muta i contorni alle cose, il felice nomadismo di un personaggio inventato e la commozione di un aggettivo per smarrire anche il lettore. Qualcosa che l’autrice considera utile, prossimo nel doppio significato fisico e spirituale all’altro verbo a cui si fa implicitamente riferimento: l’errare. Sembrerebbe impossibile che un giardiniere come un capostazione possa smarrirsi. Farebbe parte, nell’immaginario, di quelle persone radicate e radicali, che riversano il mondo entro mappe certe. Invece, questo giardiniere che ha il genio di una tranquilla irrequietezza vive l’avventura, affidandosi non alla fantasia, ma all’osservazione. In un punto, viene anche specificato che si annoia. Gli succede, perché ciò fa parte del rischio di chi guarda in continuazione. A furia di guardare ciò che si vede, Borenstein comincia a mutare la propria percezione del bello, a capire come si formi naturalmente la bellezza. Scopre, a volte fornendo esempi a volte solo accennando, che il giardino non è un luogo chiuso, esiliato dal paesaggio. E che solo facendone parte è in grado di procurarci il piacere di abbandonarsi alla vista. Il giardino, allora, non inizia e finisce, è un’opera aperta, rispetto a se stesso e a quello che lo circonda. Esprime contemporaneamente la doppia tenacia dell’uomo e della natura. Se desiderato in tale modo il giardino finirebbe, forse, per coincidere con l’Eden che fu.

giardino Le Corti

Ninfa e villa Maser
Nei primi appunti di Borenstein emergono alcune visioni che precedono i concetti stessi. Una riguarda il bordo. Nella campagna lavorata con i trattori, inghiottiti i sentieri, resta il bordo, «la coltre di terra, omogenea che assorbe e trattiene come un manto i riflessi del giorno, della notte e, là in fondo, del cielo», appena un piega che increspa la superficie silenziosa dei campi. È un segno che distingue senza tagliare. Nel giardino di Ninfa, a sud di Roma, invece, sono proprio le mura antiche che lo circondano a incastonare il verde straripante, alimentato da una gelida vena d’acqua, sullo sfondo della «montagna aspra e arida, alta». Una relazione tutta giocata sul contrasto di forze, di volontà. Altrove, il giardino di villa Maser, vicino a Treviso, mette in scena le giuste proporzioni di forme e affetti, la convivialità, l’amicizia tra persone, il rapporto mediato con la campagna. E gli stessi dei, abbondantemente ritratti, segnano sia la proprietà sia l’umanità del luogo. Per Borenstein è l’occasione di formulare uno dei suoi aforismi: «Ecco cosa è il giardino: un pezzo di terra segnato dall’uomo, e quando l’appropriazione riesce e gli anni la rafforzano crea sintonia con la Natura».
Lungo e sempre nuovo è il viaggio del giardiniere smarrito, ma ci sono quattro descrizioni che messe in sequenza restituiscono con precisione lo scopo del suo vagare: l’impressione di casualità, di disordine che contraddistingue il giardino del Topkapi e la sua città, Istanbul, dove, alla fine, s’insinua la certezza che ciò che è casuale può essere ricercato, rimandando in questo caso ad altre stanze del destino, ai recessi fioriti dell’harem. Altrettanto in Anatolia, quando si manifesta agli occhi del viaggiatore la matrice ittita del paesaggio, questo serpeggiare di boschetti, coltivazioni e alberi da frutto, nascosti in un labirinto di vallette e pinnacoli di roccia. «Giardini indefiniti», li chiama, cogliendo la presenza di antiche divinità legate al ciclo vegetativo. E ancora, contemplando l’ossatura di muri a secco e lastre di pietre infitte nel terreno che fanno da sinopia alle colline della Scozia. Collegando la loro linea grigia, astratta, bidimensionale, ai dettagli fisici delle icone bizantine, dei quadri di pittori senesi e giotteschi, in cui l’alterità dell’ambiente segue un alfabeto sacro quanto i visi e le vesti dei santi. Qui, Borenstein innalza una lode alle «recinzioni e muretti che siano di pietra, di legno o di arbusti, di fascine, di canne e foglie seccate di palma» e aggiunge che la comunione tra opere, ruderi e natura forma «giardini nuovi» e che bisogna «riconoscere certi luoghi come giardini».

Selinunte: un’epifania
Infine, come un’epifania, sorgono allo sguardo del giardiniere e del lettore le rovine di Selinunte, un nostro, occidentale zen. Epifania è intuizione, il punto d’arrivo del meditare. Cosa dice il caos di colonne e architravi abbattuti dalla violenza dei terremoti? La vanità della storia, certo, ma anche e più preziosa la scelta di non restaurare, lasciando che per osmosi le rovine tornino alla pietra che le ha generate, al magma sotterraneo. Al mare africano, al tappeto di fiori e di stelle il compito di riconciliare spazio e tempo, di rigenerare quotidianamente l’idea di giardino. Il segreto dell’equilibrio sta in un unico elemento d’appoggio: la duna di sabbia, eretta su progetto di Pietro Porcinai che piega il suo braccio sul lato nord-est. Sabbia a fare da quinta, dando profondità al cielo e un bordo al vagabondare della mente.
Nicola Dal Falco

Il giardiniere smarrito
Oliva di Collobiano
Quaderni d’Ontignano
Libreria Editrice Fiorentina
editrice@lef.firenze.it
10 euro

IL GIARDINIERE SMARRITO

Sabato 18 ottobre 2008, alle ore 14,30 Paolo Pejrone e Giannozzo Pucci presenteranno nel Castello di Masino Il Giardiniere Smarrito di Oliva di Collobiano.
Il libro, edito dalla Libreria Editrice Fiorentina nella collana “Quaderni d’Ontignano”, è un viaggio attraverso i giardini più straordinari del vecchio mondo alla ricerca del colloquio tra le opere umane e la natura. Frutto di anni di lavoro nel giardino, è un inno all’essenza dell’agricoltura e del giardinaggio, che sono beni, non merci. Il libro contiene un’appendice di fotografie a colori di giardini da campo.

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Il nuovo sito web del Gallo Nero

Per preservare un territorio, la sua storia e il suo prodotto più universalmente conosciuto, è necessario attingere a mezzi moderni, che siano in grado di rappresentarlo nel migliore dei modi in un mercato globale sempre più competitivo. Partendo da questa premessa il Consorzio Vino Chianti Classico ha lavorato alla creazione del proprio spazio web, trasformandolo da sito vetrina a portale multifunzionale al servizio dei milioni di visitatori che hanno consultato il sito consortile fino ad oggi. “Il nuovo portale non sarà solo una finestra dinamica e moderna sul Chianti Classico aperta in tutto il mondo,
ma anche un prezioso strumento per i soci del Consorzio”, afferma Marco Pallanti, Presidente del Consorzio Vino Chianti Classico. “Uno strumento attraverso il quale comunicare e comunicarsi, rendere più semplici pratiche burocratiche, avere informazioni più tempestive, poter contare, più in generale, su un supporto continuamente aggiornato, attivo 24 ore su 24”. Un’intera sezione del portale consortile è infatti dedicata ai suoi soci a cui viene anche data la possibilità di gestire e alimentare autonomamente le pagine pubbliche dedicate alle aziende. La struttura del nuovo spazio web del Gallo Nero sia articola in due principali macro sezioni: una più “statica” dove è possibile reperire informazioni e materiale a 360 gradi sul mondo del “Classico” e un’altra sezione in costante movimento che ospita il nuovo magazine del Chianti Classico, trasformato per l’occasione da mensile in settimanale, con “pillole” quotidiane.

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Un natale favoloso

17 artisti - scultori, fotografi, pittori - hanno lavorato attorno al tema della favola per la mostra natalizia a fabulousXmas che si inaugura mercoledì 12 dicembre alle 18,30 a Firenze in via al Prato 64. Il ricavato della vendita sarà devoluto alla Fondazione Livia Benini.
Sarà possibile visitare la mostra fino al 18 dicembre su prenotazione (Fiona San Giuliano tel. 339 12793).

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Tempi moderni e tempo-rali

Nuvole nere

Breve riflessione su quanto sia fantastica la tecnologia e quanto ne siamo dipendenti: ieri mattina il nostro aggiornatissimo server era completamente in panne e noi con lui…La causa? Il mal tempo imperversato durante la notte con temporali tuoni e fulmini.
Che sia la rivincita della natura sulla tecnica?
Il filosofo Galimberti non avrebbe dubbi…

Appunti di Viaggio

West Country Grill

Nuove da San Francisco dove Duccio Corsini sta compiendo un giro promozionale per rafforzare ulteriormnete la presenza del Brand Principe Corsini sul mercato Statunitense.
In questa foto è ritratto con Stephen Singer nel suo nuovo ristorante di Sebastopol: il West Country Grill. La presenza femminile è Tania responsabile per la West Coast per la Henriot Inc.

Le Corti… in trasferta

Bottiglie Le Corti

In occasione del Vinitaly il Chianti Classico Le Corti era presente non solo al nostro stand, ma anche nel padiglione dedicato a Enolitech.
Ha rappresentato la toscana nello stand di Schoenhuber, celebre marchio degli accessori per il mondo del vino.
Grazie agli amici di Schoenhuber per averci invitato e ospitato nella loro esposizione allo Stand Schoenhuber!