Certe mattine di primavera incipiente hanno quella luce che viene dal mare, quel tocco d’oro portato dal vento. I contorni delle cose, colli, alberi, case e anche parcheggi sembrano come galvanizzati.
Mattinata ideale, quindi, per sedersi sul bordo dell’aiola di fronte all’ingresso del supermercato Despar, in quelli che furono i magazzini, costruiti da Don Tommaso Corsini, ai piedi del poggio di Marsiliana, in località Banditella. Fu proprio grazie alla scelta imprenditoriale che, nel 1908, il Principe archeologo fece la scoperta. Nel tratto di piana, a ridosso delle colline che coronano verso sud la valle dell’Albegna, vennero alla luce decine di tombe di vario tipo tra cui dei tumuli circolari, privi di ingressi, ampi fino a venticinque metri.

Elena Santoro, responsabile dello scavo della Casa delle Anfore
In uno di questi, che raccoglievano i resti di influenti nuclei familiari, Don Tommaso scoprì la fibula che porta il suo nome e che, oggi, è conservata al Museo archeologico di Firenze.
Un oggetto in sé piccolo, d’uso comune, che allora, siamo tra l’VIII e il VII sec. a. C., svelava accanto ai resti del carro da guerra e al ricco corredo di vasi di bronzo, il rango di un personaggio importante.
La spilla d’argento e oro laminato era quella di un capo. Lungo l’arco e sulla staffa compaiono a tutto tondo piccole anatre e leoni.
Le figure sono realizzate a stampo, congiungendo due lamine e usando per i dettagli una tecnica a granulazione. Non si tratta di animali qualsiasi, ma simbolici: uccelli che nelle loro periodiche migrazioni indicano un tragitto oltre l’orizzonte fisico, oltre la morte e fiere, associate al principio di regalità, che ne sorvegliano i quattro punti cardinali.
Per la cronaca e per i casi del destino, la tomba della fibula si trovava a sinistra della Despar, una decina di metri dallo spigolo dell’edificio, in corrispondenza di una piazzola sopraelevata di carico e scarico.
Ce lo dice Elena Santoro, una delle archeologhe che seguono gli scavi per conto dell’Università di Siena, sotto la direzione del professor Andrea Zifferero.
«L’insediamento di Marsiliana – precisa Santoro – si sviluppa dall’ottavo al quinto secolo avanti Cristo su di una superficie di 47 ettari che comprende il nucleo abitativo principale, identificabile con il poggio del Castello, le fattorie e le necropoli che marcavano il territorio lungo i crinali.
«Proprio sul lato ovest del poggio, seguendo una stradina bianca che attraversa l’uliveto, dove si possono notare tracce degli antichi muretti di contenimento, è stata rinvenuta una capanna della tarda età del bronzo che testimonia la continuità della presenza umana lungo una delle principali vie di penetrazione tra la costa, affacciata sull’arcipelago toscano, e l’interno».
Osservando il corso del fiume che serpeggia tra due ali di colline e sfocia nell’anfiteatro del golfo, delimitato a sua volta dal Monte Argentario e dal promontorio di Talamone, con al centro della prospettiva l’isola del Giglio, non si può non percepire la forza del genius loci, un’aura mediterranea equamente divisa tra natura, agricoltura e storia.
Chi popolò Marsiliana in epoca etrusca veniva da Vulci ed esercitò, nell’arco di più secoli, un ruolo di primo piano nello sviluppo economico della piana, commerciando intensamente le derrate in eccedenza con Liguri e Celti.
Lo dimostrano i ritrovamenti di una fornace a Doganella, sulla riva destra dell’Albegna e di dolia, grandi contenitori di stoccaggio, nelle fattorie, nonché di anfore etrusche negli scali e sui fondali dell’alto Tirreno.
La mostra, aperta fino al 31 dicembre 2011 nel Museo archeologico di Scansano, mette in evidenza come i signori di campagna etruschi, venuti a contatto con il mondo greco, si siano dedicati in particolare alla produzione di vino che rappresentava al tempo stesso un bene, un segno di distinzione e la bevanda con cui libare tra i vivi e in onore dei defunti.
Sulle sponde dell’Albegna e dei suoi affluenti, grazie ad un’indagine ancora in corso, sono stati ritrovate delle viti «apparentemente selvatiche, ma domestica in antico».
Nel folto della macchia
Le campagne di scavo a Marsiliana, in un territorio già “visitato” per il 75 per cento da i tombaroli, sono tutt’altro che avare di sorprese. Dalla visione post-moderna del parcheggio di fronte agli ex magazzini, uno dei possibili itinerari raggiunge la necropoli del poggio di Macchiabuia e la Casa delle Anfore.
Si cammina lungo piste e sentieri in una sorta di labirinto verde, tra i profumi e i rumori della macchia, vicini, a volte vicinissimi al cinghiale maremmano – quasi una ballerina rispetto ai cinghiali massicci e prolifici, importati dall’est Europa – ai caprioli, alla lepre italica, ai colombacci. La riserva di caccia del Principe Corsini è un’importante riserva di vita selvatica autoctona.
Nel 2009, non lontano dal tumulo di mezzo (VIII-VI secolo a.C.)l’imponente tomba, già indagata da Don Tommaso, dove i defunti erano stati deposti in una camera, costruita con blocchi di travertino, è iniziato lo scavo, guidato dall’archeologa Silvia Pallecchi, di altre tombe a circolo (VIII-VII secolo a.C.).
Qui, le camere al centro del tumulo, sigillato come sempre sotto uno strato tondeggiante di terra, erano invece rivestite di legno e isolate da un’intercapedine di sassi. Insieme ad altri reperti, in fase di restauro, una delle caratteristiche sorprendenti della tomba 1 consiste nel fatto di essere delimitata da un anello di pietre per metà scure e per metà bianche.
Ardesie dai riflessi bluastri le prime e travertino color panna le seconde. Una disposizione certamente non casuale, ma legata all’alternarsi ciclico di luce e d’ombra, di vita e di morte.
La stessa simbologia potrebbe ripetersi anche nel corredo funebre della tomba 5.
La Casa delle Anfore
La grande Casa della Anfore di poggio Alto (VI-V secolo a.C.) venuta casualmente alla luce per l’affiorare di una tegola nel 2005, copre una superficie di quattrocento metri quadrati. Una pianta rettangolare di venti metri per lato che anticipa quella delle dimore romane, costruite attorno all’impluvium.
La casa, che si suppone avesse la funzione di emporio, conservava ancora al suo posto, lungo il muro di cinta ad est, nei pressi dell’unico ingresso, sotto un ipotetico portico, anfore da trasporto e dolia per lo stoccaggio degli alimenti.

La Casa delle Anfore
«Grazie ai resti trovati sul fondo dei recipienti – sottolinea Elena Santoro, responsabile dello scavo – e all’analisi del terreno, possiamo dedurre che nella casa fossero conservati olio e pesce, manipolati in loco.
«Proprio la presenza di pesce lascia aperta la domanda sulla sua provenienza: dal mare, dalla laguna di Orbetello o da altri specchi d’acqua ora scomparsi».
La Casa delle Anfore, che conobbe un unico periodo di utilizzazione, ha avuto però un ospite più recente. Al centro, sotto la grande quercia risparmiata dagli scavi, è stata ritrovata la capanna a pianta ellittica di un boscaiolo o di un brigante.
Nel ricovero, risalente alla fine dell’Ottocento, sono affiorati insieme a dei bottoni di legno, dei chiodi di ferro, la canna di una pistola e una medaglietta votiva. Sulle due facce si distinguono da una parte la Madonna di Montenero e dall’altra San Venanzio Martire. Piccoli indizi di una vita raminga.
Chi volesse partecipare ai corsi internazionali di scavo e di restauro, che l’Associazione Onlus Etruria Nova organizza, dalla fine di maggio all’inizio di luglio, nei siti di Marsiliana, può telefonare al 349.3613406 o scrivere a info@etrurianova.org .
Nicola Dal Falco